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Se il desiderio abita la pittura

di Gianluca Ranzi

Il desiderio d’arte che abita Benito Macerata lo porta dentro e fuori di sé, perché per l’artista il proprio lavoro non è soltanto rivolto a sé stesso, ma è anche l’occasione per porsi in relazione col mondo. Benito Macerata è dunque un artista ponte: i suoi reticoli segnici, i grafemi arabescati, le cromie accese, la linea nera che germoglia in figure e ornamento, sono tutte occasioni di passaggio e di scoperta, sono sentieri che l’occhio percorre senza soluzione di continuità, sono parole in immagine, alcune volte veri e propri spartiti musicali, una danza del pennello e del pennarello, gli strumenti per fare entrare l’altro nel proprio territorio magico.
Nelle opere di Benito Macerata si sente la presenza di un gioioso mistero, in quegli spazi che vanno oltre la superficie dipinta. L’osservatore coglie così un mondo brulicante di presenze arcaiche e suggestive che si muovono in ogni direzione, selve e geografie di segni rapidi e incisivi che lasciano scorgere animali fiabeschi, occhi e bocche giganti tra l’angelico e lo spiritato, e poi figurine minuscole, musicanti e ballerini.
La pittura di Benito Macerata entra subito in risonanza con lo spettatore, conquista l’osservatore con gli stessi trascinanti crescendo della Rapsodia in blu di George Gershwin. E’ evidente in opere come Spring e Good life, che riverberano spontaneamente sul fruitore la loro carica gioiosa, istintiva e immediata, l’opulenza del colore unita alla sinuosità del disegno. Eppure c’è anche un calibrato controllo della composizione e un uso sapiente di rimandi dalla Street Art alla cultura alta e alla storia dell’arte. Dalle campiture colorate di Fernand Léger, alla visionarietà grafica di André Masson, dal primitivismo indiano del primo Pollock, all’eleganza gestuale di Mark Tobey, fino al graffitismo di Rammelzee, A-One e Daze.
Ecco quindi forme fluide ed erranti, sguardi enigmatici di idoli tra il benevolo e il curioso, figure totemiche, spiritelli e cuoricini, tracciati di costellazioni e animali sconosciuti, abissi e schermaglie, figure portate dal vento e tracce di alfabeti perduti.
Questo risultato così dinamico, che sintetizza velocità della mano e rigore del pensiero, è raggiunto anche grazie all’incisività del contorno nero, che sottolinea la bidimensionalità delle figure e permette alle forze interne alla composizione di saldarsi in un’unica totalità simultanea e compenetrata.
Queste opere in definitiva sono abitazioni, ospitano mondi dove danzano insieme biologia e arte, musica e scrittura, misticismo e spirito, natura e cultura, in una parola, vita!

Tele, carte elaborate e sovrapposte con un procedimento tecnico che ingloba filamenti e cordoncini, oggetti d’uso comune e tessuti, diventano così contenitori di microcosmi zampillanti ed irrequieti, rapidi a captare i sussulti, i ritmi sincopati, gli stati febbrili e gli addensamenti di un universo fantasmagorico.
Lo spazio della pittura di Macerata è a volte bidimensionale, mentre altre volte invece si apre in maniera ubiqua, trasversale e profonda. Pluricentrico quindi, lo spazio dell’opera mette in scena un mondo in fermento le cui cellule, soggette a un movimento incessante e multidirezionale, sono impegnate in una danza sinuosa di forme, di segni e di vibrante natura.
Qui diviene possibile poter pensare alla nostra identità come a qualcosa di plurimo, di perennemente soggetto al mutamento, alla vita come a un’occasione di confronto, di gioia profonda, di amore cosmico, di contaminazione e di relazione.
Oltre le strettoie della ragione, Benito Macerata sa quindi mettere in scena impulsi e desideri. Il lavoro dell’artista così, indipendentemente dal supporto usato, occupando lo spazio della vita in ogni direzione, raffigura forme aperte e danzanti, fuse col mondo, prototipo di un futuro più autentico. È il futuro di cui ha bisogno il desiderio per potersi realizzare ogni volta nel presente dell’opera, ogni volta che il foglio bianco chiama l’artista con la malia di una sirena, disponendosi ad accogliere quel primo tratto di marker nero.